Il ritorno di Grace prova ad alzare la posta, ma tra nostalgia, sequel tardivi e occasioni mancate, la domanda è una sola: serviva davvero un secondo capitolo?
Dopo il successo del primo capitolo, uscito nel 2019, Finché morte non ci separi era riuscito a conquistare il pubblico grazie a un’idea fuori dagli schemi, a un mix riuscito di horror e dark comedy e soprattutto a colpi di scena capaci di tenere alta la tensione fino alla fine. Purtroppo non si può dire lo stesso del sequel.
Diretto ancora una volta da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, con il ritorno di Samara Weaving nei panni di Grace, il film prova ad ampliare l’universo narrativo dei Le Domas introducendo nuove famiglie, nuovi personaggi e una posta in gioco ancora più alta. Il problema è che, invece di espandere davvero il mondo costruito nel primo capitolo, tutto sembra muoversi con l’unico obiettivo di replicare una formula già vista, puntando più sull’incasso che sull’idea.
Molti dei nuovi personaggi non hanno una vera identità: entrano in scena, occupano spazio e finiscono per sembrare messi lì solo per fare numero. E questo pesa tantissimo, soprattutto in un film che dovrebbe vivere proprio delle dinamiche tra i suoi protagonisti.
La trama funziona… ma solo sulla carta
Le riunioni di famiglia sono un tema che accomuna tutti: eventi a cui spesso non vorresti andare, con lo zio che ti fa sempre le stesse domande su cosa vuoi fare della tua vita. E quando di mezzo ci sono i soldi, sappiamo bene che le cose possono solo peggiorare.
Qui però la situazione è ancora più assurda: non è neanche la tua famiglia, ma quella di tuo marito. Un marito che, tra l’altro, è morto dopo aver tentato di offrirti come agnello sacrificale durante un rito satanico.
È da questo presupposto che il film riparte, cercando di trasformare il trauma di Grace in qualcosa di più grande e ambizioso. L’idea continua a essere interessante perché gioca ancora con il contrasto tra ricchezza estrema, rituali occulti e dinamiche familiari tossiche. Nel primo film i Le Domas erano una trovata fresca: una famiglia il cui lusso non derivava dal merito, ma da un patto con il diavolo. E il demonio, come si sa, non fa mai nulla per nulla.
Qui però quella stessa idea perde mordente. Quello che prima sembrava imprevedibile diventa presto una storia molto più lineare e senza veri colpi di scena. Il film allarga il proprio universo, ma non approfondisce davvero nulla.
I ritorni e il problema dei sequel moderni
I ritorni sono sempre complicati. Non sai mai cosa aspettarti: potrebbero farti rivalutare il primo film oppure diventare un altro passo falso. In questo caso, a sette anni dall’uscita dell’originale, la sensazione è che il sequel si avvicini più alla seconda categoria.
Oggi siamo circondati da sequel arrivati dopo anni o addirittura decenni, tutti costruiti sulla nostalgia del pubblico. E molto spesso commettono lo stesso errore: non aggiungere niente di davvero interessante. È esattamente ciò che succede qui.
L’idea originale rimane valida, ma manca completamente l’effetto sorpresa che aveva reso speciale il primo capitolo. Anche quando il film prova ad alzare la posta con nuove famiglie e nuovi conflitti, tutto rimane in superficie.
I personaggi e i rapporti familiari
Una delle cose più interessanti del film è la discrepanza nei rapporti familiari. All’inizio i gemelli Danforth sembrano i più uniti, mentre le sorelle appaiono molto più distanti. Ma andando avanti si capisce come i legami costruiti solo sulla competizione e sulla necessità di essere i più forti finiscano inevitabilmente per distruggersi da soli.
Al contrario, le due sorelle mostrano un affetto latente ma costante, dimostrando che una squadra non si costruisce sulla forza individuale ma sul benessere reciproco.
Peccato però che anche questo rimanga solo un ottimo punto di partenza. Il film accenna temi interessanti senza mai davvero svilupparli, lasciando allo spettatore il compito di immaginare ciò che avrebbe potuto essere.
Parte tecnica
Dal punto di vista tecnico il film alterna momenti riusciti ad altri molto più anonimi. La regia mantiene l’estetica sopra le righe del primo capitolo, puntando ancora su violenza esagerata, ironia nera e scene dal ritmo molto rapido. Tuttavia manca quasi sempre la creatività che aveva reso memorabili le sequenze del 2019.
Anche la scrittura soffre parecchio: il film introduce tanti elementi ma ne approfondisce pochissimi, e questo rende la narrazione dispersiva.
Una menzione positiva, però, va fatta ai costumi dell’ultima scena e alle location, che riescono finalmente a mostrare una cura visiva maggiore rispetto al resto del film. In quei momenti si intravede l’impegno che ci si sarebbe aspettati per tutta la durata della pellicola.
Fotografia, montaggio e colonna sonora svolgono il loro compito senza particolari guizzi, accompagnando la storia senza mai elevarla davvero. Anche il ritmo, soprattutto nella parte centrale, fatica a mantenere alta la tensione.
Conclusioni
Verso il finale il film riesce leggermente a recuperare terreno, ma ormai i problemi accumulati durante la visione sono già troppo evidenti.
Usciti dalla sala rimane soprattutto l’amaro in bocca, perché le potenzialità per fare qualcosa di davvero interessante c’erano tutte. Non mi sento di consigliarne la visione al cinema: può valere la pena recuperarlo per curiosità o semplicemente per passare il tempo, ma difficilmente lascia qualcosa di più.
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