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Obsession

Obsession · 2026

Quando l’amore smette di essere amore e diventa ossessione, il vero orrore non nasce dal soprannaturale, ma da tutto ciò che scegliamo di non dire. La recensione di uno degli horror più sorprendenti degli ultimi anni.

Obsession è un horror soprannaturale scritto, diretto e montato da Curry Barker, con Michael Johnston nel ruolo di Bear e Inde Navarrette in quello di Nikki. Realizzato con un budget molto basso, il film riesce comunque a sfruttare al massimo ciò che ha a disposizione, dimostrando come a volte l’idea valga più dei soldi.

Relazioni tossiche, oppure dovrei dire rapporti tossici: sembra questa la critica che il regista vuole muovere alla società di oggi. Obsession ci propone inizialmente un desiderio espresso dal protagonista attraverso un bastoncino magico: che Nikki «lo ami più di ogni altra cosa al mondo». Durante la visione ci rendiamo conto che ciò che vediamo è tutto tranne che amore, perché sì, quello mostrato dal film è ossessione, non amore.

La pellicola sembra voler criticare la concezione moderna dell’amore, riuscendo a fare breccia nella normalizzazione di dinamiche che ritroviamo spesso nei rapporti di tutti i giorni. Colpisce nei punti giusti e nel momento giusto, soprattutto perché riesce a essere vicina allo spettatore: tutti abbiamo conosciuto persone possessive, ossessive e fagocitanti.

Quante volte abbiamo pensato: «Perché quella persona non riesce a vedermi? Perché non riesce a capire che sono la persona giusta per lei?». Sicuramente a influenzarci sono anche le commedie romantiche, dove alla fine la protagonista lascia «lo stronzo» per mettersi con l’amico sfigato che l’ha sempre amata e per cui il pubblico ha sempre tifato. Però, fuori dalla finzione, quante volte succede davvero? E quanto poco spesso viene accettata la friendzone?

La nostra società sembra sempre meno capace non solo di accettare un rifiuto, ma anche di fare i conti con la realtà. Si preferisce vivere in un sogno insoddisfatto perché le conseguenze fanno paura, perché siamo terrorizzati da ciò che c’è oltre il dirupo dell’ignoto, invece di costruire piano piano un ponte verso una realtà che faccia davvero per noi.

Ciò che più colpisce, a mio parere, è però il pericolo del non detto. In questa pellicola non è tanto il bastoncino a mettere in moto la catena di eventi disastrosi, quanto tutto ciò che questo gruppo di amici si tiene dentro senza mai esprimerlo davvero. Bear preferisce affidarsi a un desiderio invece di mettersi in discussione e affrontare la possibilità di dichiararsi a Nikki, magari comprendendo insieme a lei perché la loro relazione non sarebbe mai potuta diventare qualcosa di più.

Non penso si possa ridurre tutto a un senso di vigliaccheria, quanto piuttosto a una malata incapacità di prendere posizione anche quando fa male. Ed è un elemento che accomuna praticamente tutti i personaggi: nascondono verità pensando di non ferire l’altro, finendo invece per peggiorare tutto.

Il film lascia addosso tantissimi «se», facendo percepire il peso delle nostre scelte, soprattutto quelle fatte in nome dell’amore. Fa capire quanto sia importante prendersi la responsabilità dei propri desideri, perché non sempre la via più semplice è quella giusta e, soprattutto, non sempre siamo pronti a ricevere ciò che crediamo di volere.

Ho adorato i cambi di personalità di Nikki. Inde Navarrette riesce davvero a incarnare le due facce della follia, regalando probabilmente l’interpretazione più inquietante del film. Anche senza abusare degli effetti speciali, la pellicola riesce a inquietare e spaventare grazie soprattutto alle interpretazioni degli attori e alla costante mancanza di lucidità dei personaggi. Per certi versi, farebbe quasi più paura senza le scene splatter presenti, proprio perché rimarrebbe ancora più vicina alla realtà.

A livello tecnico è impossibile non parlare dell’uso delle luci: una penombra continua che alimenta il senso di angoscia e tiene con il fiato sospeso fino ai titoli di coda. Anche il comparto sonoro contribuisce molto alla tensione, senza mai risultare invasivo. La fotografia di Taylor Clemons e la colonna sonora di Rock Burwell riescono a sostenere perfettamente il tono disturbante della pellicola.

Per quanto mi riguarda, questo rimarrà sicuramente uno degli horror migliori degli ultimi anni. Non necessariamente da vedere al cinema, ma sicuramente da guardare al buio, con tutte le luci spente.

Trailer

Voto del pubblico

8Redazione Nessun voto

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