Art il Clown, quando compare sullo schermo con quel sorriso inquietante, sappiamo già che assisteremo a qualcosa di assurdo, disgustoso e profondamente sbagliato.
Comincio con il dire una cosa: nonostante il punteggio piuttosto basso in alcune categorie, io adoro Art the Clown e adoro tutta la saga di Terrifier. Ma quando si valutano dei film attraverso delle metriche tecniche, bisogna essere onesti.
Ma quindi, che cosa ci piace davvero dello slasher?
Per anni abbiamo pensato che il genere fosse morto. Le grandi icone sembravano appartenere al passato e nessun nuovo volto sembrava in grado di raccoglierne l’eredità. Eppure è arrivato Art the Clown, un personaggio nato ai margini dell’horror che oggi molti considerano uno dei possibili eredi dello slasher moderno.
Forse perché, proprio come i suoi protagonisti, lo slasher non è mai morto davvero.
A caratterizzarlo sono spesso proprio quegli elementi che farebbero storcere il naso a molti cineasti: fotografie sporche, interpretazioni sopra le righe, trame prevedibili e schemi narrativi che si ripetono da decenni. Film che oggi scelgono deliberatamente di non prendersi troppo sul serio, esagerando con la violenza, gli effetti pratici e un’estetica volutamente grezza.
E allora perché continuiamo a guardarli?
Perché conosciamo già le regole del gioco.
Sappiamo che bisogna scappare quando qualcuno ci fissa troppo a lungo. Sappiamo che la vittima prenderà quasi sempre la decisione sbagliata. Sappiamo che una corsa sulle scale finirà nel peggiore dei modi. Eppure continuiamo a divertirci.
Forse perché questi schemi ci fanno sentire partecipi. A volte persino più intelligenti dei personaggi sullo schermo. Ci regalano quella sensazione di controllo e superiorità che cerchiamo anche altrove: un po’ come quando critichiamo i programmi trash ma aspettiamo comunque la puntata successiva per commentarla. E sì, io sono la prima a farlo.
E perché proprio Art?
Perché Art the Clown non ha bisogno di una storia complessa per colpire lo spettatore.
Che cosa si può dire di lui, se non che è un autentico burlone infernale? Se la legge di Murphy dovesse cambiare nome, probabilmente si chiamerebbe “Legge di Art”: se qualcosa può andare male, lui troverà sempre il modo di farla andare ancora peggio.
La sua forza sta nel fatto che non parla mai. Comunica attraverso il corpo, le espressioni e la gestualità, proprio come un mimo. Ed è incredibile come, nonostante la sua crudeltà e la sua evidente follia, riesca comunque a risultare simpatico e a strappare persino qualche risata.
Art è sadico, crudele e privo di pietà, ma vive tutto ciò che accade come se fosse un gigantesco scherzo personale. Per lui ogni omicidio è una gag, ogni inseguimento è un gioco, ogni atrocità è uno spettacolo.
Ed è proprio questa contraddizione a renderlo così magnetico.
Ma Terrifier è davvero un buon film?
La risposta dipende da cosa si cerca.
Dal punto di vista tecnico, Terrifier mostra chiaramente i limiti della sua natura indipendente. La fotografia è essenziale, le musiche sono poco memorabili e la recitazione spesso risulta stereotipata. Tuttavia, sarebbe ingiusto ignorare ciò che invece riesce a fare straordinariamente bene.
Gli effetti pratici splatter sono il vero cuore del film. Damien Leone dimostra una creatività e un gusto per l’eccesso che hanno contribuito a riportare in vita un tipo di horror che sembrava ormai scomparso. La violenza è esagerata, disturbante e a tratti grottesca, ma è proprio questa volontà di spingersi oltre a rendere Terrifier un cult.
Quindi Terrifier è un capolavoro?
No. Ma forse è qualcosa di ancora più raro.
Terrifier è un film perfettamente consapevole di ciò che vuole essere. Non cerca di elevarsi, non cerca giustificazioni psicologiche e non pretende di essere altro rispetto a ciò che mostra.
Vuole disturbare.
Vuole divertire.
Vuole scioccare.
E ci riesce.
“Forse è proprio questo il motivo per cui continuiamo a tornare da Art the Clown: perché, quando compare sullo schermo con quel sorriso inquietante, sappiamo già che assisteremo a qualcosa di assurdo, disgustoso e profondamente sbagliato.”
E, in fondo, è esattamente ciò che vogliamo.
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