Approfondimento
The Odissey
The Odyssey di Christopher Nolan: perché il nuovo kolossal potrebbe essere anche uno dei film horror più affascinanti dell’anno!
Quando si parla dell’Odissea, si pensa quasi sempre a un racconto epico fatto di eroi, battaglie e viaggi per mare. Eppure il poema di Omero custodisce anche alcune delle immagini più inquietanti della letteratura occidentale: uomini trasformati in animali, giganti cannibali, creature mostruose e un viaggio nel regno dei morti.
Sono elementi che oggi identificheremmo senza esitazione con il cinema horror.
Ed è proprio questo il lato dell’opera che Christopher Nolan sembra aver deciso di riportare sul grande schermo con The Odyssey, il kolossal prodotto da Universal che arriverà nelle sale nel 2026.
Ma la vera sorpresa non riguarda soltanto ciò che vedremo. Riguarda come Nolan ha scelto di mostrarlo.
La lezione di Guillermo del Toro: un mostro non è un effetto speciale
In una recente intervista, Christopher Nolan ha raccontato che uno dei consigli più importanti ricevuti durante la lavorazione del film è arrivato da Guillermo del Toro, uno dei registi che più hanno contribuito a ridefinire il cinema fantastico contemporaneo.
L’idea è semplice quanto fondamentale: un mostro non deve essere trattato come un semplice effetto speciale, ma come un vero personaggio.
È una filosofia che ha influenzato direttamente la realizzazione di Polifemo, interpretato dal grande attore e mimo Bill Irwin.
Per dare vita al Ciclope, Nolan ha spiegato di aver combinato puppetry (marionette), animatronics e robotica, costruendo una creatura fisica capace di interagire realmente con gli attori sul set. Solo successivamente questi elementi sono stati integrati con la computer grafica.
È una scelta che racconta perfettamente il modo di fare cinema di Nolan: partire dalla materia, dalla presenza fisica, per costruire un’illusione credibile.
Circe e il body horror nascosto nel poema di Omero
Tra gli episodi più attesi del film c’è inevitabilmente quello dedicato a Circe.
La maga trasforma i compagni di Odisseo in maiali, ma il vero orrore non consiste nella metamorfosi in sé.
Secondo il poema, gli uomini conservano la propria coscienza pur perdendo completamente il corpo umano.
È un’idea sorprendentemente moderna, vicina a quello che oggi definiremmo body horror, il sottogenere reso celebre da autori come David Cronenberg: la paura nasce dalla trasformazione del corpo e dalla perdita della propria identità fisica.
Sapere che Nolan ha deciso di utilizzare creature fisiche, animatronics e CGI in maniera complementare lascia immaginare una sequenza in cui la trasformazione avrà un forte impatto materiale, evitando l’aspetto eccessivamente artificiale di un effetto interamente digitale.
Polifemo: il mostro come presenza reale
Anche l’incontro con Polifemo rappresenta molto più di una semplice scena spettacolare.
Il Ciclope è uno dei primi grandi mostri della storia della letteratura: un gigante che imprigiona gli uomini, li divora e li considera poco più che animali.
Per costruirlo, Nolan non si è affidato esclusivamente alla computer grafica.
Ha raccontato di aver utilizzato marionette, robotica e animatronics affinché gli attori potessero avere davanti una presenza concreta.
È una filosofia che ricorda il lavoro di Guillermo del Toro in film come Il labirinto del fauno e La forma dell’acqua, dove creature e mostri esistono realmente sul set prima ancora di essere completati digitalmente.
Non è un caso che Nolan abbia citato proprio Del Toro parlando della nascita di Polifemo.
L’Ade: l’orrore dell’assenza
Tra gli episodi più suggestivi dell’Odissea c’è anche la discesa nell’Ade.
A differenza di Circe o Polifemo, qui l’orrore non nasce dalla violenza fisica.
Nasce dall’incontro con i morti.
Le anime conservano memoria e voce, ma hanno perduto la consistenza del corpo.
È un tipo di paura più sottile, quasi metafisica, che il cinema horror ha raccontato per decenni attraverso fantasmi, presenze e luoghi sospesi tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Anche in questo caso sarà interessante osservare come Nolan unirà scenografie reali, effetti pratici e interventi digitali per rappresentare uno dei passaggi più oscuri dell’intero poema.
Da dove nasce davvero l’animatronics?
Parlando degli effetti pratici utilizzati in The Odyssey, vale la pena fare un piccolo viaggio nella storia del cinema.
Gli animatronics non sono una tecnologia nata recentemente. Con questo termine si indicano creature meccaniche capaci di muovere occhi, bocca, arti e muscolatura grazie a sistemi pneumatici, idraulici o elettronici controllati dagli effettisti.
Le loro origini cinematografiche risalgono già agli anni Cinquanta e Sessanta, quando pionieri degli effetti speciali iniziarono a costruire animali e creature meccaniche sempre più sofisticate.
Tra le figure fondamentali di questa evoluzione c’è naturalmente Carlo Rambaldi, autentico maestro italiano degli effetti pratici, destinato a lasciare un segno indelebile con film come King Kong, Alien ed E.T. - L’Extra-Terrestre.
Negli anni Ottanta questa tecnologia raggiunse una nuova consacrazione grazie al lavoro di Rick Baker in Un lupo mannaro americano a Londra.
La celebre trasformazione del protagonista resta ancora oggi una delle sequenze più rivoluzionarie nella storia del body horror, dimostrando quanto gli effetti meccanici potessero rendere credibile una metamorfosi impossibile.
Da allora animatronics, prostetica e CGI hanno continuato a evolversi insieme, fino ad arrivare al cinema contemporaneo.
Quando l’Odissea incontrò Mario Bava
Per gli appassionati di horror esiste poi un legame particolarmente affascinante.
Nel 1968 la Rai realizzò uno sceneggiato televisivo dedicato all’Odissea, diretto principalmente da Franco Rossi.
Per l’episodio di Polifemo venne coinvolto Mario Bava, uno dei padri del cinema horror italiano.
Bava mise la propria esperienza nei trucchi fotografici, nelle prospettive e negli effetti speciali al servizio del gigante omerico, contribuendo a rendere quella sequenza una delle più memorabili dell’intera produzione.
Alla realizzazione degli effetti partecipò anche Carlo Rambaldi, che qualche anno più tardi avrebbe collaborato con Dario Argento agli effetti speciali di Profondo rosso.
È un filo rosso che attraversa oltre mezzo secolo di cinema fantastico: dall’Odissea televisiva degli anni Sessanta al nuovo kolossal di Christopher Nolan, passando per alcuni dei più grandi maestri dell’horror italiano.
Nolan riscopre l’anima horror del mito
Molto prima che esistessero gli zombie, i licantropi o gli alieni, Omero aveva già immaginato uomini che perdono il proprio corpo, mostri che divorano esseri umani e un viaggio nel regno dei morti.
Christopher Nolan sembra aver compreso che l’orrore era già lì, nascosto tra i versi del poema.
Per questo motivo ha scelto di riportare al centro del racconto la fisicità dei mostri, affidandosi a marionette, animatronics, robotica ed effetti pratici prima ancora che alla computer grafica.
Perché un mostro può essere perfezionato digitalmente.
Ma, come insegna anche Guillermo del Toro, prima di tutto deve sembrare vivo.